L’inadeguatezza del nostro governo nel caso Trentini
La recente liberazione del cooperante italiano Alberto Trentini e dell’imprenditore Mario Burlò, dopo oltre 420 giorni di detenzione in Venezuela, agli occhi del governo dovrebbe essere una storia di successo diplomatico.
Invece è un risultato che solleva forti interrogativi sulla capacità e sull’autonomia della politica estera italiana sotto l’attuale esecutivo.
Chi sono Alberto Trentini e Mario Burlò
Alberto Trentini è un cooperante umanitario, impegnato da anni in progetti sociali e di assistenza in America Latina. È stato arrestato in Venezuela un anno e mezzo fa senza accuse pubbliche, senza un processo, e detenuto in condizioni di totale opacità, come spesso accade sotto regimi autoritari.
Mario Burlò, imprenditore italiano attivo nel Paese, ha subito una sorte simile: arresto arbitrario, assenza di garanzie legali, utilizzo della detenzione come leva politica.
Entrambi sono stati ostaggi di fatto di una dittatura, privati dei diritti fondamentali e trasformati in pedine di una partita geopolitica più grande di loro. In questi casi, il ruolo dello Stato di cittadinanza è chiaro: proteggere, negoziare, agire. Ed è proprio qui che il governo italiano ha mostrato tutte le sue crepe.
Mesi di inattività istituzionale, poi un risultato “di circostanza”
Per oltre un anno Trentini è stato detenuto senza accuse formali e senza che l’Italia riuscisse a ottenere risultati concreti per il suo rilascio o, in molti casi, nemmeno informazioni chiare sulla sua situazione.
Nonostante le richieste della famiglia e le pressioni di ONG e organismi internazionali, la risposta di Roma è stata semplicemente inefficace, lasciando per mesi il caso nelle pieghe della diplomazia ordinaria, senza visibili progressi pubblici. Su un dossier così sensibile - l’incolumità di un nostro connazionale detenuto ingiustamente - ci si sarebbe aspettati un approccio più deciso, più visibile e più coerente con l’immagine internazionale che il governo ama proclamare.
Trentini e Burlò erano sì detenuti da una dittatura, ma una dittatura significativamente più povera, più isolata e meno rilevante dell’Italia.
In altre parole, non stiamo parlando di piegare al nostro volere la Russia o la Cina, ma di negoziare con un Paese impoverito e marginale sul piano internazionale. Il fatto di non esserci riusciti per oltre un anno è, di per sé, un fallimento politico.
La liberazione arriva solo dopo un evento esterno più grande
La scarcerazione di Trentini e Burlò è arrivata solo dopo una radicale crisi politica in Venezuela: l’intervento militare statunitense che ha portato alla morte di civili e alla cattura dell’allora presidente Nicolás Maduro - definita da pressoché ogni esperto di diritto internazionale un sequestro illegale.
Da quel momento il Venezuela è diventato, di fatto, uno Stato pupazzo degli Stati Uniti, governato a vista da Donald Trump e pronto a essere sfruttato dalle compagnie petrolifere americane.
In altre parole, il fattore determinante non è stata la diplomazia italiana, né una qualche pressione autonoma di Roma, ma il riposizionamento geopolitico imposto dall’azione statunitense. Questo ha prodotto un rimescolamento interno e una serie di liberazioni di prigionieri, tra cui due cittadini italiani.
Se questo viene presentato come un “risultato” dell’Italia, allora è legittimo chiedersi quanto sia efficace la nostra politica estera (e indipendente, soprattutto rispetto agli Stati Uniti).
Esultanza pubblica, ma nessuna autocritica concreta
All’arrivo a Roma, la premier Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani hanno partecipato all’accoglienza dei due liberati, ringraziando le autorità venezuelane - quasi una parata vittoriosa.
Quello che però non c’è stato è stato molto più significativo di ciò che c’è stato:
Una richiesta di scuse pubblica per il fallimento nella tutela tempestiva di due cittadini italiani;
Una spiegazione trasparente sul perché per mesi il governo non abbia adottato posizioni più incisive o ottenuto risultati;
Un riconoscimento di responsabilità politica per la lentezza e per l’affidamento a dinamiche internazionali estranee ai nostri interessi diretti.
Il profilo internazionale dell’Italia ne esce indebolito
Se un governo si vanta di “riportare l’Italia nel panorama internazionale”, uno dei test più concreti è proprio la capacità di tutelare i propri cittadini all’estero, soprattutto in scenari complessi.
Su questo fronte, l’intera operazione - almeno nella narrativa pubblica - appare una sconfitta imbarazzante.
L’immagine di un’Italia costretta ad affidarsi ai risultati delle decisioni statunitensi, invece che alle proprie leve diplomatiche strategiche, non è solo deludente: è allarmante per la sovranità della nostra politica estera.
L’Italia ha una storia diplomatica pluridecennale, costruita su capacità negoziali, credibilità internazionale e margini di autonomia.
Ridurre la liberazione di due cittadini detenuti ingiustamente a un effetto collaterale di eventi geopolitici orchestrati da altri non è un successo: è un demerito politico.
L’Italia merita una politica estera più autonoma, più coraggiosa e più capace di difendere i suoi cittadini - non con passerelle e ringraziamenti di rito, ma con risultati concreti, tempestivi e assunti fino in fondo come responsabilità politica.
Più che “prima gli italiani” ad oggi siamo al “speriamo per gli italiani”…
Mi chiamo Andrea Venzon, sono un attivista politico e scrivo per costruire uno spazio politico indipendente, libero dai ricatti delle grandi potenze e dalla rassegnazione. Se ti piace quello che leggi, iscriviti. E se puoi, fai l’abbonamento: è ciò che mi permette di continuare a scrivere, analizzare e prendere posizione senza padroni.


