Perché l’Italia continua a stare dalla parte sbagliata della storia
Non è una domanda polemica. È una constatazione che ritorna, ciclicamente, ogni volta che la storia accelera e chiede ai Paesi di prendere posizione. E ogni volta, con una regolarità inquietante, l’Italia sembra arrivare impreparata, esitante, fuori tempo massimo. Nell’era moderna abbiamo sbagliato molte cose. Non siamo un’eccezione. Quasi tutti i Paesi europei hanno attraversato fasi di cecità politica, compromessi morali, errori gravi. Ma c’è una differenza che pesa: nei grandi momenti storici, quelli che definiscono un’epoca, raramente l’Italia si è distinta per chiarezza o coraggio.
Il fascismo non è stato una deviazione imposta dall’esterno, ma una scelta politica autonoma, sostenuta e normalizzata e una volta caduto il regime non abbiamo mai avuto una Norimberga italiana. Nel dopoguerra abbiamo ospitato il più grande partito comunista del mondo occidentale mentre il comunismo reale produceva milioni di morti a due ore di volo dai nostri confini. Più recentemente abbiamo trasformato il degrado istituzionale e le figuracce internazionali dell’era Silvio Berlusconi in un fenomeno di costume, come se la credibilità internazionale e delle nostre istituzioni fosse un dettaglio secondario.
Molti altri Paesi hanno sbagliato, certo. Ma nell’ultimo secolo quando la storia chiedeva di scegliere l’Italia non ha fatto grandi figure. Questo schema non appartiene al passato. Si ripete oggi, con la stessa logica e le stesse giustificazioni.
L’Italia è tra i grandi Paesi occidentali che hanno fatto meno per sostenere l’Ucraina dopo l’invasione russa - per esempio, i nostri aiuti in valore assoluto ed in relazione al PIL sono stati inferirei a Danimarca e all’Austria, rispettivamente. Allo stesso tempo l’Italia è tra i Paesi europei che hanno condannato con maggiore timidezza il genocidio di Israele a Gaza, pur essendo il suo terzo fornitore di armi. Una contraddizione che racconta molto più delle dichiarazioni ufficiali.
A questo si aggiunge una vicinanza politica sempre più evidente a Donald Trump, tale da rendere l’Italia il grande Paese europeo più restio a qualsiasi forma di iniziativa comune che possa essere percepita come sgradita a Washington. Il caso della Groenlandia è emblematico: mentre altri governi mandano soldati sull’isola il nostro governo caratterizza l’iniziativa come “una barzelletta”. E quando la Francia prova a spingere l’Unione Europea verso una risposta più assertiva — anche solo commerciale — agli Stati Uniti, il cosiddetto “bazooka europeo”, Roma appare pronta a frenare, diluire, bloccare. Ancora una volta, non per guidare un’alternativa, ma per evitare di esporsi.
Tutto questo viene raccontato come realismo. In realtà assomiglia molto di più a paura. Paura di sacrificare anche una minima parte di prosperità immediata. Paura di pagare un prezzo politico nel breve termine. Paura di spiegare ai cittadini che la politica estera non è neutra e che, a volte, stare dalla parte giusta costa.
Il paradosso è che non scegliere costa di più, solo che il conto arriva più tardi. Quando arriva, lo chiamiamo “declino”, “inevitabilità”, “cause esterne”.
Eppure l’Italia non è un Paese privo di fondamenta morali o culturali. Al contrario. Veniamo da tradizioni quasi leggendarie. I nostri antenati hanno costruito diritto, pensiero politico, istituzioni che il mondo intero ci ha copiato. Abbiamo una Costituzione nata dalla resistenza, non dall’opportunismo.
Quello che manca non è il passato. Manca il coraggio di esserne all’altezza. Nessuno chiede all’Italia di essere perfetta. Nessuno chiede eroismi permanenti. Ma ogni tanto, ergersi come Paese che dice: “questa è la scelta giusta, anche se costa”, non dovrebbe sembrare rivoluzionario. Dovrebbe essere normale.
La dignità non è un lusso per tempi migliori. È una risorsa politica. Continuare a sfigurare nei momenti che contano non è destino. È una scelta.
E prima o poi, quella scelta, presenta il conto.
Mi chiamo Andrea Venzon, sono un attivista politico e scrivo per costruire uno spazio politico indipendente, libero dai ricatti delle grandi potenze e dalla rassegnazione. Se ti piace quello che leggi, iscriviti. E se puoi, fai l’abbonamento: è ciò che mi permette di continuare a scrivere, analizzare e prendere posizione senza padroni.


