Perchè oggi essere anti-imperialisti è un dovere
C’è una realtà che alcuni preferiscono ancora non accettare: gli imperi sono tornati.
Non quelli dei manuali di storia, ma poteri contemporanei, tecnologici, armati, convinti che la forza conti più di qualsiasi regola. Viviamo in un mondo in cui il diritto internazionale smette di esistere nel momento esatto in cui diventa scomodo per chi domina, come è accaduto durante il genocidio di Gaza o con l’invasione dell’Ucraina.
Questo non è un fallimento del sistema: è il suo funzionamento reale. Un funzionamento inscritto nell’organizzazione che più di ogni altra dovrebbe proteggere il diritto internazionale stesso, le Nazioni Unite, dove cinque Paesi – superpotenze passate e presenti (Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Russia e Cina) – detengono il potere di veto nel Consiglio di Sicurezza. Almeno in passato questi Stati fingevano di voler mantenere un ordine internazionale funzionante. Oggi nemmeno questa finzione esiste più.
Basta guardarsi intorno. Gli Stati Uniti invadono il Venezuela, minacciano la Groenlandia, rovesciano governi sgraditi e pretendono obbedienza dai loro alleati. La Cina considera Taiwan una provincia da annettere, ignorando deliberatamente la volontà di milioni di persone. La Russia, impero decadente ma ancora armato fino ai denti, ha invaso l’Ucraina per riaffermare una sfera di dominio che vorrebbe eterna. In questo scenario, le superpotenze si comportano come warlord globali, e le regole valgono solo per chi non ha la forza di infrangerle.
L’Italia, in tutto questo, non è uno spettatore neutrale. È un vassallo.
Da circa ottant’anni viviamo sotto l’ombrello – e il controllo – statunitense. Subito dopo la Seconda guerra mondiale questa dipendenza poteva avere una logica: la liberazione dal fascismo e gli investimenti per lo sviluppo economico portati avanti dagli Stati Uniti, il famoso Piano Marshall. Oggi, tre generazioni dopo, è diventata una forma di sudditanza politica cronica.
L’Italia ospita circa 120 installazioni militari straniere e 20 basi segrete americane, tra basi e infrastrutture, decine di migliaia di soldati statunitensi e almeno 35 bombe nucleari B61, dislocate principalmente ad Aviano e Ghedi. Ordigni che non sono sotto alcun controllo democratico italiano e che, in parte significativa, non sono nemmeno sotto pieno controllo NATO, dove almeno formalmente avremmo diritto di parola. Armi e soldati che presumibilmente hanno avuto un ruolo diretto o indiretto nei conflitti e nei massacri sostenuti dagli Stati Uniti, incluso quello in corso a Gaza.
Il nostro governo non solo non ha il coraggio di condannare gli abusi statunitensi, ma si allinea preventivamente. Tra i leader europei, Giorgia Meloni è la più appiattita su Donald Trump, arrivando persino a infrangere consuetudini diplomatiche consolidate partecipando alla sua inaugurazione. Nonostante queste dimostrazioni di affetto politicamente patetiche, l’Italia continua – come il resto d’Europa – a essere trattata con disprezzo dal proprio padrone, senza ottenere alcun vantaggio strategico reale.
Bisogna essere chiari: l’Italia non ha una politica estera indipendente. E questo non è il frutto di realismo politico, ma di puro servilismo.
Su questa analisi pochi dissentirebbero. La vera domanda è: che cosa possiamo fare?
Continuare il vassallaggio sperando che la Terza guerra mondiale non si combatta sul nostro territorio? Una speranza piuttosto vana, vista la posizione geopolitica in cui ci troviamo: a cavallo tra la sfera di influenza americana e quella russa, e a poche ore di volo dal Medio Oriente.
Oppure comportarci come gli altri imperi, cercando di costruirne uno nostro attraverso l’Unione Europea? È una tentazione comprensibile. Sì, l’Europa deve dotarsi di infrastrutture tecnologiche autonome, di una capacità di difesa reale e di una vera sovranità economica. Deve integrarsi pienamente per resistere alle turbolenze che verranno. Ma non per ripetere gli stessi errori che stanno devastando il mondo. L’Europa dovrebbe diventare un polo di speranza, non un nuovo impero. Un punto di riferimento per tutte le nazioni che non vogliono essere soggiogate dalle superpotenze. Forte non per conquistare, ma per proteggere e aprirsi, soprattutto verso Paesi più giovani, più dinamici, più vivi delle nostre società invecchiate. È questa, a mio avviso, l’unica direzione di politica estera che può portarci fuori da questa situazione.
E questa direzione ha una definizione chiara: l’Europa, l’Italia e qualsiasi nazione che speri in un futuro prospero e pacifico devono assumere una politica anti-imperialista.
Essere anti-imperialisti significa:
rifiutare ogni forma di dominio politico, militare ed economico delle superpotenze;
boicottare diplomaticamente, economicamente e militarmente gli imperi contemporanei;
separare le nostre economie, tecnologie e infrastrutture dai loro ricatti, costruendo reti alternative;
resistere alle pressioni, anche quando ha un costo;
sostenere attivamente i popoli e i Paesi minacciati o aggrediti.
Sì, una politica del genere ci costerà benessere. Ci vorrà tempo prima che opporsi a una potenza come gli Stati Uniti non abbia impatti, per esempio, sul nostro settore finanziario. E imporre limiti o sanzioni alla Cina significherà prezzi più alti consumare meno, produrre diversamente, cambiare modello economico. Sì, non sarà facile. Ma nell’inevitabile caos che questa nuova era degli imperi produrrà, solo chi avrà difeso la propria dignità e quella degli altri popoli emergerà dall’altra parte come vincitore.
Essere anti-imperialisti non è una posa ideologica. È un dovere.
Lo è stato per i popoli che si sono liberati dal dominio coloniale nel Novecento. Lo è oggi per gli ucraini che difendono la loro libertà, per i palestinesi che continuano a resistere anche quando sembra non esserci più speranza, per gli studenti di Hong Kong che hanno sacrificato giovinezza e libertà per il sogno di una città democratica. Oggi tocca a noi.
Io voglio un’Italia anti-imperialista.
E se il governo continuerà a comportarsi da lacchè degli Stati Uniti, sarà fondamentale battersi ogni giorno – e alle urne – perché chi verrà dopo si schieri dalla parte giusta della storia. L’anti-imperialismo, oggi, è l’unica linea coerente per chi vuole difendere la dignità di ogni persona, ovunque. Non è nostalgia, non è estremismo, non è utopia. È l’unica posizione razionale in un mondo che sta tornando rapidamente alla legge del più forte.
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Mi chiamo Andrea Venzon, sono un attivista politico e scrivo per costruire uno spazio politico indipendente, libero dai ricatti delle grandi potenze e dalla rassegnazione. Se ti piace quello che leggi, iscriviti. E se puoi, fai l’abbonamento: è ciò che mi permette di continuare a scrivere, analizzare e prendere posizione senza padroni.


