Quando la politica diventa tifo, i popoli restano soli
Se in questi giorni avete postato o parlato in supporto delle proteste che stanno succedendo in Iran, è altamente probabile che abbiate ricevuto insulti. Spesso arrivano da persone che si definiscono “di sinistra”, ma che liquidano tutto come “un piano americano” o “supporto a Israele”.
Non è una novità.
Mi era già successo sostenendo l’Ucraina (“Zelensky è CIA”, “Putin è un liberatore”) e le proteste di Hong Kong (“la Cina sta liberando Hong Kong!”). E immagino sia successo anche a persone di destra che hanno sostenuto la Palestina, accusate di “odiare l’Occidente”. Lo schema è sempre lo stesso.
Da entrambe le parti, troppe persone smettono di guardare ai popoli oppressi e iniziano a tifare per un colore politico, per un impero o per un’ideologia. Si perde di vista chi soffre davvero, qui e ora. Quando questo accade, la realtà viene schiacciata dentro una narrazione binaria: noi contro loro.
E chi paga il prezzo sono sempre i civili, i manifestanti, chi chiede diritti elementari.
Cosa sta succedendo realmente in Iran
A partire dal 28 dicembre 2025, in Iran è scoppiata una massiccia ondata di proteste iniziata principalmente per il profondo deterioramento economico, compresi inflazione galoppante e svalutazione della moneta, che ha colpito duramente la vita quotidiana delle persone. Le manifestazioni si sono allargate rapidamente in centinaia di città e province e sono diventate non solo contro la crisi economica, ma anche contro l’autoritarismo del regime e la mancanza di diritti fondamentali.
Secondo diverse ong e attivisti per i diritti umani, le repressioni sono state estremamente violente, con l’uso di armi da fuoco, pallini di metallo, gas lacrimogeni e arresti di massa.
I dati più recenti disponibili – pur con enormi difficoltà di verifica a causa del blackout di internet imposto dal governo – indicano che centinaia di persone sono state uccise e oltre 10.000 arrestate durante questa ondata di proteste. Alcune fonti alternative parlano di numeri significativamente più alti, ma tutte concordano sul fatto che la repressione sia una delle più dure degli ultimi anni. Infatti, ed è importante sottolinearlo, questa non è la prima protesta contro il regime Iraniano: ormai a cadenza regolare il popolo iraniano, specialmente i giovani, si sollevano e vengono duramente repressi come durante le proteste di due anni fa che evolvevano attorno alla richiesta di più diritti per le donne, sotto lo slogan di “Donna, Vita, Libertà”.
Perché la sinistra (e non solo) dovrebbe essere sempre dalla parte dei popoli
In un mondo ideale, una persona “di sinistra” crede nel progresso sociale, nei diritti umani, nella libertà delle persone e dei popoli oppressi, indipendentemente da chi sia l’oppressore. Questo significa guardare alle battaglie per la libertà e l’autodeterminazione al di là dei blocchi geopolitici - dell’imperialismo statunitense, della repressione della dittatura cinese o russa, o di qualsiasi altra forma di dominio e occupazione. E si, a volte non è facile farlo, perchè ci troviamo ad essere d’accordo con governi contro cui ci battiamo nel 99% dei casi, come quello israeliano nel caso dell’Iran.
Ma qualunque sia il nostro colore politico, una cosa dovrebbe unirci: stare con le popolazioni che lottano per la libertà. Dall’Ucraina alla Palestina, dall’Iran a Hong Kong. Questo non significa sostenere governi, alleanze militari o strategie geopolitiche. Significa una cosa molto più semplice - e molto più difficile: mettere le persone prima delle bandiere. Quando smettiamo di farlo, non stiamo facendo analisi politica. Stiamo solo scegliendo un tifo.
E i popoli oppressi, di tifosi, non sanno che farsene.
PS - Una nota sul Venezuela
Un esempio causa di dibatti è quello del Venezuela e l’operazione illegale portata avanti da Trump per rimuovere arbitrariamente il dittature Maduro. Io sono felicissimo se il popolo venezuelano conquisterà libertà e dignità, e capisco perché molte persone lì possano esultare. Ma la differenza con quello che sta succedendo in Iran è che la libertà di un popolo non si dovrebbe raggiungere a discapito del diritto internazionale o legittimando la legge del più forte. È un po’ come esultare se lo Stato eliminasse un capo mafioso con un’uccisione extragiudiziale: se vivi in una comunità oppressa naturalmente proverai sollievo, ma il precedente resta gravissimo e non è accettabile. Normalizzare l’illegalità oggi significa aprire la porta a nuovi abusi domani.
Mi chiamo Andrea Venzon, sono un attivista politico e scrivo per costruire uno spazio politico indipendente, libero dai ricatti delle grandi potenze e dalla rassegnazione. Se ti piace quello che leggi, iscriviti. E se puoi, fai l’abbonamento: è ciò che mi permette di continuare a scrivere, analizzare e prendere posizione senza padroni.


