Oltre l’ideologia: un movimento transnazionale per la liberazione
Supportare chi oggi si ribella in Iran mi ha fatto rivivere un’esperienza che conosco fin troppo bene: essere travolto da insulti, accuse e delegittimazioni. “Spia sionista”, “CIA”, “agente dell’Occidente”. E molto di peggio. Succede mentre migliaia di persone sono già morte e mentre un popolo intero rischia tutto per liberarsi da una dittatura teocratica che reprime, tortura e uccide. Succede perché troppe persone, soprattutto in Occidente, hanno smesso di guardare a chi soffre davvero e hanno iniziato a proiettare le proprie ideologie e ossessioni geopolitiche sulla pelle di chi è in strada, di chi viene arrestato, di chi rischia la vita per la libertà.
Non è un’esperienza nuova. Quando sostengo l’Ucraina vengo attaccato dai pro-Putin e dagli anti-americani; quando sostengo la Palestina, divento improvvisamente anti-occidentale, un estremista, un comunista fuori di testa. Oggi, sostenendo il popolo iraniano, lo schema si ripete quasi identico. Cambiano i contesti e le parole, ma il meccanismo è sempre lo stesso: invece di guardare alle persone oppresse, si sceglie una squadra geopolitica e si difende quella, anche a costo di negare la realtà.
Viviamo in un’epoca in cui imperialismo e autoritarismo sono tornati violentemente di moda ma nonostante questo c’è sempre una scusa pronta per non stare dalla parte di chi è in prima linea. Sostenere gli ucraini che combattono per la propria libertà viene visto, da chi anche giustamente diffida della NATO e degli Stati Uniti, come un tradimento; sostenere la Palestina viene percepito, da chi non tollera movimenti armati anti-democratici come Hamas o regimi teocratici come l’Iran che li spalleggiano, come un diniego delle democrazie; sostenere chi si ribella in Iran diventa automaticamente “fare il gioco dell’Occidente”. Il risultato è che, in nome della coerenza ideologica, non si sostiene più nessuno.
Nel frattempo la realtà continua a correre. La gente muore, il diritto internazionale viene calpestato ogni giorno e, paralizzati dai nostri “se” e dai nostri “ma”, lasciamo milioni di persone alla mercé di dittatori locali e potenze imperiali. Oggi oltre il 70% della popolazione mondiale vive sotto regimi autoritari; meno di una persona su cinque vive in un paese pienamente libero; più di 110 milioni di esseri umani sono sfollati o rifugiati a causa di guerre, repressioni e persecuzioni. Questa è la dimensione del problema, tutto il resto è dibattito astratto.
C’è poi una verità scomoda che molti fingono di non capire. Se oggi chi legge questo articolo vivesse in Iran, probabilmente sarebbe ben felice di ricevere supporto esterno, anche dagli Stati Uniti, se questo significasse liberare il proprio paese. Se vivesse a Gaza, probabilmente prenderebbe seriamente in considerazione l’idea di unirsi a un gruppo armato, invece di passare la vita sotto il controllo di Israele. Non perché sia giusto in astratto, ma perché l’oppressione cambia il modo in cui si ragiona e restringe drasticamente lo spazio delle scelte possibili.
L’unico modo per capire davvero chi supportare, e perché a volte bisogna anche turarsi il naso, è smettere di osservare il mondo dall’alto e provare a mettersi nelle scarpe di chi è oppresso. Ed è proprio questo che oggi manca: un movimento transnazionale contro imperialismo e dittature che sostenga la liberazione dei popoli senza chiedere loro di superare un esame di purezza ideologica, che stia dalla parte delle persone e non dei blocchi di potere.
Un movimento del genere non sarebbe astratto né simbolico. Sarebbe concreto, visibile, scomodo. Organizzerebbe proteste sincronizzate nelle città di tutto il mondo ogni volta che un popolo viene schiacciato nel silenzio; presidi permanenti davanti ad ambasciate e istituzioni internazionali; campagne di pressione mirate contro individui e regimi responsabili della repressione; raccolte fondi trasparenti per sostenere attivisti, famiglie dei detenuti, media indipendenti e strumenti di autodifesa civile. Sarebbe capace di tenere insieme piazza, advocacy legale e comunicazione, senza delegare tutto a governi che arrivano sempre tardi o non arrivano affatto.
Non è un’utopia. In forma embrionale lo abbiamo già fatto. Nel 2020 e 2021 assieme a Colombe Cahen-Salvador abbiamo organizzato per 50 settimane di fila proteste chiamate Fridays for Freedom, portando in piazza migliaia di persone in diverse città del mondo per sostenere Hong Kong, rompendo il silenzio e costringendo media e istituzioni a guardare dove avrebbero preferito voltarsi dall’altra parte. Il bello è che lentamente quelle proteste assorbirono anche attivisti di altre cause, dal Bielorussia al Tibet, in un vero fronte internazionale. Non solo aiutammo molte persone di Hong Kong a non sentirsi abbandonate, ma ora possiamo vantarci di essere stati investigati per terrorismo dalla dittatura cinese e non essere più in grado di entrare in quel paese. Ovviamente questi sforzo non ha fermato la repressione, ma ha dimostrato una cosa essenziale: quando la solidarietà diventa organizzata e transnazionale, smette di essere un hashtag e diventa un fattore politico.
È questo il livello a cui dobbiamo tornare, e superare. Non scegliere chi è “abbastanza puro” per meritare sostegno, ma chi è abbastanza oppresso da averne bisogno. Non aspettare la vittima ideale, ma agire nel mondo reale, con tutte le sue contraddizioni.
Il nostro dovere non è fare la morale a chi soffre né giudicare le sue scelte da una posizione di privilegio.
Il nostro dovere è aiutarli a liberarsi.
Mi chiamo Andrea Venzon, sono un attivista politico e scrivo per costruire uno spazio politico indipendente, libero dai ricatti delle grandi potenze e dalla rassegnazione. Se ti piace quello che leggi, iscriviti. E se puoi, fai l’abbonamento: è ciò che mi permette di continuare a scrivere, analizzare e prendere posizione senza padroni.


