Trump annetterà la Groenlandia.
L’Europa non si faccia trovare impreparata.
C’è un momento in cui uno scenario che sembra estremo smette di essere fantapolitica e diventa semplicemente il più coerente con la realtà dei fatti. Alla luce delle dichiarazioni, delle mosse e della traiettoria generale di Trump, l’ipotesi che gli Stati Uniti trovino un modo per annettere la Groenlandia non è una provocazione: è una possibilità concreta, se non lo scenario più probabile, che l’Europa farebbe bene a prendere sul serio.
Non serve essere veggenti. Viviamo in un’epoca in cui le cose che appaiono più probabili, quando corrispondono agli interessi del potere, tendono ad accadere.
Israele vuole svuotare Gaza dei palestinesi da decenni e, quando trova il pretesto politico e militare, conduce un genocidio.
La Russia rivendica un ruolo imperiale dalla caduta dell’URSS e, quando vede l’Ucraina avvicinarsi all’Occidente, la invade.
Gli Stati Uniti vogliono controllo, risorse e deterrenza globale e, quando serve, rovesciano governi o riscrivono confini.
Non è caos. È una logica.
Dentro questa logica, la Groenlandia è un obiettivo perfetto: strategica militarmente, cruciale nell’Artico, centrale nel confronto con Russia e Cina. Ed è fondamentale dirlo chiaramente: gli Stati Uniti sono già lì.
A Pituffik (ex Thule), nel nord dell’isola, Washington mantiene una base militare permanente che ospita sistemi di allerta missilistica, sorveglianza spaziale e infrastrutture chiave per la difesa nordamericana. Non parliamo di qualche soldato simbolico, ma di un asset integrato nel cuore dell’architettura strategica USA.
Parlare di “annessione” non significa immaginare uno sbarco domani mattina, ma un processo graduale di svuotamento della sovranità, fino a renderla una formalità giuridica.
Trump potrebbe farlo con un compromesso apparentemente consensuale - un’offerta economica, uno status speciale, una “protezione rafforzata”. Oppure potrebbe farlo come spesso accade nella politica di potenza: con un fait accompli, ampliando la presenza militare e politica fino a rendere ogni opposizione impraticabile. In entrambi i casi, la sostanza non cambia.
Ed è qui che emerge il vero problema europeo.
Nessun Paese del Vecchio Continente sembra oggi disposto a opporsi seriamente. Non per mancanza di argomenti, ma per paura delle conseguenze: crisi nella NATO, ritorsioni politiche, isolamento strategico. Il risultato più probabile è quello che abbiamo già visto troppe volte: dichiarazioni di principio, qualche protesta diplomatica, e poi silenzio. Tutto digerito per “non peggiorare le cose”, come quando dall’oggi al domani Washington ci ha imposto dazi al 15% senza alcuna ritorsione.
Se questo dovesse accadere, le implicazioni sarebbero enormi. Per la prima volta, anche gli europei - ultimi alleati degli Stati Uniti ancora disposti a difendere i doppi standard occidentali all’interno dell’ordine internazionale - sarebbero costretti a guardare in faccia la realtà: un mondo in cui le regole valgono solo finché coincidono con gli interessi del più forte.
L’Europa ha assecondato questa follia a Gaza, come prima durante le invasioni statunitensi in Medio Oriente dei primi anni 2000. Il rapimento di Maduro è solo l’ultimo caso eclatante. Non viviamo in un ordine basato sulle regole. È la legge della forza, mascherata da legalità. Un comportamento che storicamente serve i più forti finché non smettono di esserlo - esattamente quello che sta succedendo oggi agli europei.
Eppure, proprio questo scenario apre uno spazio politico nuovo.
L’Europa ha un’opportunità rara: diventare il perno di una rete globale anti-imperialista, capace di unire Paesi che non vogliono restare alla mercé delle superpotenze. E quando dico Europa non intendo solo l’Unione Europea, ancora purtroppo lenta e paralizzata dai veti. Intendo anche i singoli Stati europei.
Un Paese come l’Italia, per esempio, non è marginale. Da sola ha un PIL superiore a quello della Russia (ndr: incredibile come l’Europa tutta si faccia bullizzare da un paese cosi piu povero dell’Unione tutta…). Ha relazioni storiche in Africa, Medio Oriente e America Latina. Potrebbe iniziare a tessere alleanze, costruire ponti, proporre un’alternativa. Non per sfidare frontalmente qualcuno, ma per ridurre la dipendenza strutturale da chi oggi decide tutto.
In pratica, questo vorrebbe dire:
creare benefici economici e commerciali reciproci per chi aderisce a questa rete;
offrire maggiore mobilità a persone, studenti e lavoratori dei Paesi del Sud del mondo, abbandonando finalmente la narrativa idiota e suicida contro le migrazioni - lavorare con società giovani ed emergenti è l’unica possibilità di futuro per un continente che invecchia;
costruire nuove reti di cooperazione militare e di sicurezza non subordinata a un unico centro di potere, aka fuori dal controllo NATO;
sviluppare infrastrutture tecnologiche autonome, libere dai monopoli delle superpotenze.
E quest’ultimo non è un punto secondario: oggi gran parte di internet, del cloud, dei servizi digitali essenziali europei (e non) dipende da infrastrutture, software e aziende statunitensi. Cavi sottomarini, hyperscaler, sistemi operativi, piattaforme. In uno scenario di coercizione politica, Washington potrebbe letteralmente “spegnere internet”. E non ne avrebbe nemmeno bisogno - gli basterebbe limitare l’accesso a servizi critici per paralizzare interi settori economici e amministrativi europei.
Ci sarebbero sanzioni, pressioni, ritorsioni? Ovviamente. Ma questo è inevitabile comunque. La scelta non è tra rischio e sicurezza: è tra pagare ora un prezzo per costruire autonomia o pagarlo più avanti, in condizioni peggiori, quando le alternative saranno ancora meno.
Tentare questa strada significa lavorare per evitare conflitti futuri o, se dovessero diventare inevitabili, preparare il mondo che verrà dopo.
Continuare a fingere che ciò che conviene ai potenti “non succederà perché non si è mai fatto prima” è la vera irresponsabilità politica del nostro tempo, specialmente di chi ci governa.
Cambiamo rotta, prima che sia troppo tardi.
Mi chiamo Andrea Venzon, sono un attivista politico e scrivo per costruire uno spazio politico indipendente, libero dai ricatti delle grandi potenze e dalla rassegnazione. Se ti piace quello che leggi, iscriviti. E se puoi, fai l’abbonamento: è ciò che mi permette di continuare a scrivere, analizzare e prendere posizione senza padroni.


