Trump è sano di mente?
C’è un momento in cui una domanda scomoda smette di essere provocatoria e diventa necessaria. Alla luce delle ultime dichiarazioni e azioni di Donald Trump, chiedersi se il presidente degli Stati Uniti stia bene mentalmente non è un insulto: è un dovere civico. Un atto di responsabilità collettiva, quando il potere smette di avere freni visibili.
In poco più di un anno al potere, Trump ha messo insieme una sequenza di decisioni che, prese singolarmente, sarebbero già gravissime. Prese insieme, raccontano qualcosa di più: un esercizio del potere erratico, vendicativo, narcisistico, e soprattutto pericoloso. Sotto alcuni esempi.
Ha interrotto senza alcun rimorso aiuti umanitari vitali, colpendo milioni di persone. Un esempio concreto: i programmi globali su HIV/AIDS storicamente sostenuti dagli Stati Uniti del valore di decine di miliardi di dollari su più anni; tagli o congelamenti anche “parziali” si traducono in interruzioni di terapie salvavita. La letteratura di salute globale è chiara: sospensioni di questa scala comportano centinaia di migliaia di morti evitabili nel giro di pochi anni per rebound virale e nuove infezioni. Parliamo di cifre che, nel bilancio federale statunitense, sono irrisorie: pochi miliardi di dollari, l’equivalente di una manciata di giorni di spesa militare domestica (il budget della difesa USA supera 900 miliardi di dollari l’anno) o di un singolo grande programma d’armamento. In altre parole: vite umane sacrificate per risparmiare spiccioli in un bilancio che supera i mille miliardi l’anno in difesa. Questa non è austerità. È cinismo.
Ha poi umiliato pubblicamente leader stranieri, come l’ucraino Volodymyr Zelensky e Cyril Ramaphosa del Sudafrica, in diretta televisiva, salvo smentirsi e ribaltare la linea diplomatica nel giro di ore o giorni. Minacce, lodi improvvise, nuove minacce. Una politica estera ridotta a impulsi, capricci, risentimenti personali.
Ma il punto di non ritorno è stato l’attacco frontale al sistema internazionale. Trump ha deciso di sanzionare i giudici della Corte Penale Internazionale colpevoli di aver svolto il proprio lavoro: indagare su crimini internazionali - un fatto senza precedenti tra democrazie liberali. Tra i nomi recentemente colpiti figurano il georgiano Gocha Lordkipanidze e Erdenebalsuren Damdin dalla Mongolia. Congelamento di beni, restrizioni come l’impossibilità di aprire conti in banca in gran parte del pianeta, intimidazioni personali. Un messaggio chiarissimo: chi applica il diritto contro gli interessi americani verrà punito. È la stessa logica che ha colpito Francesca Albanese, relatrice ONU, messa sotto attacco politico per aver documentato e denunciato i crimini commessi a Gaza da Israele e sostenuti dagli Stati Uniti. Stesso schema, stessa punizione: dire la verità diventa un atto ostile. Il paradosso è quasi grottesco. Quel sistema multilaterale – corti (anche se gli Stati Uniti non hanno mai aderito all’CPI in particolare), convenzioni, regole – era stato costruito proprio dagli Stati Uniti dopo il 1945, per evitare il ritorno della legge del più forte. Oggi viene smantellato dagli stessi che lo avevano creato.
E poi c’è l’aspetto più rivelatore, quello che molti liquidano come folklore ma che invece è politicamente centrale: il culto del regalo e del complimento. Trump pretende elogi personali, deferenza pubblica, riconoscimenti plateali. Il caso simbolo è il jet di lusso ricevuto dal Qatar, un Boeing 747 da centinaia di milioni di dollari, accettato come se fosse normale che un capo di Stato riceva simili “doni”.
La dinamica è sempre la stessa: chi lo loda viene premiato, chi non lo fa viene punito. Un bisogno di attenzioni e conferme che ricorda più quello di un pre-adolescente che la sobrietà richiesta a chi guida una superpotenza nucleare.
Già a questo punto, parlare di comportamenti eccentrici – se non ai limiti dell’insanità – era legittimo.
Il Venezuela e la pretesa di giurisdizione globale
Con l’operazione militare in Venezuela, la domanda è diventata urgente. Sabato, forze statunitensi hanno condotto raid sul territorio venezuelano, rapendo Nicolás Maduro, senza alcuna autorizzazione dell’ONU e senza il via libera del Congresso americano. L’azione ha causato la morte di decine di civili e militari venezuelani durante i blitz.
L’amministrazione ha poi avuto l’ardire di negare che si trattasse di un’invasione, definendola una semplice operazione di law enforcement. Come se Washington fosse una polizia planetaria, con il diritto di entrare armata in qualunque Paese, uccidere, catturare e poi rivendicare pure la superiorità morale.
Questa logica non è nuova. Ricorda inquietantemente la National Security Law di Hong Kong, imposta dalla Cina comunista nel 2020 per schiacciare l’ultimo ciclo di proteste pro-democrazia. Una legge extraterritoriale, vaga, repressiva, costruita per criminalizzare il dissenso ovunque si manifesti. Io stesso sono stato investigato sotto quella cornice per aver organizzato proteste pacifiche per per 52 settimane consecutive, in decine di città, sotto il banner “Fridays for Freedom”. Il principio è identico: il potere decide, il diritto si adegua.
Un potere militare immenso, nelle mani sbagliate
Non sono uno psicologo, e non faccio diagnosi. Ma i fatti sono questi: Trump controlla l’apparato militare più potente della storia umana. Gli Stati Uniti possiedono circa ~5.000 testate nucleari nel loro arsenale, su ~12.000 complessive a livello globale. Mantengono oltre 800 installazioni/basi militari all’estero (a seconda delle definizioni ufficiali) e decine di migliaia di soldati permanentemente dispiegati fuori dai confini.
E questa persona, nello spazio di 48 ore, minaccia Cuba, Iran, democrazie come la Colombia e addirittura alleati come la Danimarca, parlando di occupazioni, interventi, “azioni necessarie”. Frasi come “ce la prenderemo, in un modo o nell’altro” o “li colpiremo duramente” non sono boutade: sono segnali di una concezione del potere sganciata da qualsiasi freno.
La storia è piena di precedenti di leader instabili – paranoici, megalomani, isolati in cerchie servili – che hanno trascinato interi popoli nel disastro: Hitler negli ultimi anni del Reich, Stalin nella fase delle grandi purghe, o gli africani Idi Amin e Bokassa. Ogni volta, il prezzo lo hanno pagato milioni di innocenti. Il punto non è fare psichiatria da bar. È capire che l’instabilità personale, quando incontra un potere illimitato, diventa una minaccia globale.
Cosa fare, ora
Negli Stati Uniti, resta solo da sperare che l’opposizione si risvegli dal torpore, torni a riempire le piazze come già accaduto in mobilitazioni tipo i “No Kings Day”, e che il Congresso si ricordi di esistere, avviando una procedura di impeachment contro una persona che ha appena portato il Paese a un passo dalla guerra aperta in America Latina e vicino alla dissoluzione della NATO.
Come italiani ed europei, il nostro compito è un altro ma non meno importante: opporci, nelle piazze e nelle istituzioni, a ogni tentativo del nostro governo di seguire ciecamente una leadership instabile. La storia ci offre un precedente che dovremmo ricordare più spesso: Sigonella, quando nel 1985 il governo Craxi ordinò ai militari italiani di circondare le forze speciali statunitensi per impedire il trasferimento forzato di un prigioniero, affermando nei fatti che sul territorio italiano valgono la sovranità nazionale e il diritto internazionale, non la legge del più forte.
Ma non basta. Di fronte alle manie di Trump e alla tendenza imperialista generale – americana, russa, cinese – diventa sempre più evidente la necessità di un movimento globale anti-imperialista, capace di difendere la dignità di tutti i popoli e di fermare una deriva che ci sta spingendo, passo dopo passo, verso una terza guerra mondiale. Io ci sono, e voi?
Mi chiamo Andrea Venzon, sono un attivista politico e scrivo per costruire uno spazio politico indipendente, libero dai ricatti delle grandi potenze e dalla rassegnazione. Se ti piace quello che leggi, iscriviti. E se puoi, fai l’abbonamento: è ciò che mi permette di continuare a scrivere, analizzare e prendere posizione senza padroni.


